URBZ Mashup in Digimag!

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Digimag / Digicult a cutting-edge Italian digital art and culture magazine publishes an article on the URBZ Mashup Workshops in its October edition:

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto si è tenuta ad Istanbul la terza edizione di Urban Mashup, un particolare workshop internazionale realizzato da URBz, associazione attiva soprattutto in India ma che ha anche saputo costruire una fitta rete di relazioni internazionali. URBz promuove in tutto il mondo attività di rilettura della città e quindi una sua progettazione che valorizzi le interpretazioni della società che la vive. La prima edizione si è tenuta a Tokyo nel luglio 2009, la seconda nella città di Mumbai nel novembre 2009…

Click here to read the full article by Neva Pedrazzini. An English version is under way!

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URBZ MASHUP in Digimag

Link to original article on Digimag / Digicult, October 2010

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URBAN MASHUP
FARE DI UNO SLUM UN PATRIMONIO CULTURALE

Txt e Img: Neva Pedrazzini

Dai dimanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…” – Fabrizio De Andrè “Via del Campo” (1967)

Introduzione

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto si è tenuta ad Istanbul la terza edizione di Urban Mashup, un particolare workshop internazionale realizzato da URBz, associazione attiva soprattutto in India ma che ha anche saputo costruire una fitta rete di relazioni internazionali. URBz promuove in tutto il mondo attività di rilettura della città e quindi una sua progettazione che valorizzi le interpretazioni della società che la vive. La prima edizione si è tenuta a Tokyo nel luglio 2009, la seconda nella città di Mumbai nel novembre 2009.

Scopo principale delle attività è lo studio dei potenziali di valorizzazione di quartieri storici nei quali si vanno a svolgere indagini diversificate. Tali luoghi e comunità sono scelti poiché a rischio di sopravvivenza, in quanto oggetto di più ampi piani di trasformazione urbana che di norma prevedono la demolizione e distruzione delle stesse, a prescindere dalle reali necessità di chi vi abita e mancando di attenzione nei confronti degli utenti. Si lavora in quartieri che hanno la comune caratteristica di evidenziare il profondo contrasto tra modalità d’interpretazione dello spazio urbano molteplici, diversificate, ricche di storia, caratterizzate da originali adattamenti e da ri-progettazione di luoghi, spesso informali, contro la sostanziale omogeneità dei nuovi piani e progetti proposti dalle municipalità. Questi piani se da un lato mirano a risolvere i problemi d’igiene e salute pubblica attraverso una modernizzazione della città, dall’altro rischiano di uniformare tali realtà ad un modello universale di paesaggio urbano, dalle skylines verticali e da strade occupate da auto e non da persone.

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I quartieri di Shimokitazawa a Tokyo, Girgaum a Mumbai e Galata ad Istambul, scenari e oggetto di studio del workshop, sono quindi quei luoghi dove si riscontrano espressioni di vita del tutto particolari che fanno emergere le contraddizioni dell’intendere la città dettato da interessi economici prima che socio-culturali.

Uno degli scopi dell’attivismo promosso da Urban MashUp è la documentazione informatizzata delle peculiarità storiche, artistiche, architettoniche, culturali e sociali, dei luoghi urbani al fine di rendere visibili e comunicare al resto del mondo le loro micro narrazioni. Il merito di questo tipo di indagini è anche quello di documentare realtà che potrebbero rispondere ai criteri con i quali si è soliti definire il “patrimonio culturale” e portare all’attenzione di un più vasto pubblico la necessità di una qualche forma di tutela (1).

Il patrimonio culturale è radicato in ambito locale ma IT e il fenomeno della globalizzazione comportano nuove forme di appropriazione dello stesso in una continua e contrastante dialettica tra diverse forme di intendere lo sviluppo.

Le attività di URBz per il riconoscimento e valorizzazione del patrimonio culturale.

Mumbai riflette la complessa questione dello sviluppo della città, della sua pianificazione e la dialettica tra nuovo e antico, tra conservazione e sviluppo, diviene il caso paradigmatico delle problematiche sociali ed economiche che affliggono le megalopoli contemporanee, immensi agglomerati urbani dove risiede già metà della popolazione mondiale e dove nei prossimi anni andrà a confluire la maggior parte degli abitanti del pianeta (2). Non è quindi un caso che qui sia nata e operi URBz, organizzazione attiva in merito alle problematiche urbane.

Fondata da Rahul Shivarasta, Mathias Echanove, e Geeta Metha, è un’organizzazione senza scopo di lucro che promuove scambi di informazioni, conoscenze, idee e pratiche per migliorare la città. Organizza workshop partecipativi, del tipo di seguito presentato, progetta e sviluppa strumenti web, blog, siti, mappe interattive per le comunità, sviluppa pratiche urbane che includono la realizzazione di esercizi pedagogici, progetti di ricerca, e iniziative creative che spaziano dal design alla video arte.

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I fondatori ritengono che la più profonda conoscenza della città provenga dagli abitanti e siano le comunità che creano e producono un sistema di saperi spontanei. Secondo gli attivisti di URBZ, per i pianificatori e i progettisti di professione lavorare con questo bagaglio sempre nuovo e sempre diverso di conoscenze potrebbe essere un modo per valorizzare e migliorare l’impatto e la qualità del loro stesso lavoro progettuale nella città.

Complementare all’attività di ricerca e documentazione sul campo si svolge infatti un intenso lavoro, attraverso il web e l’interazione online, per facilitare la produzione di contenuti e documentare la conoscenza condivisa, utile per i cittadini, le comunità, i gruppi, le associazioni, gli individui, le istituzioni pubbliche e private. Il web rimane il miglior mezzo per archiviare e divulgare conoscenze e informazioni sui luoghi indagati e consentirne il continuo aggiornamento da parte degli utenti. URBz supporta l’ICT e le piattaforme conoscitive informatiche per un loro utilizzo nella pianificazione urbanistica e in tutti i campi della ricerca urbana. Inoltre sta sviluppando un’interfaccia Wiki per consentire accesso, upload e sistema geo-tag local information per i luoghi dove opera, in particolare Dharavi a Mumbai, lo slum più densamente popolato al mondo.

Organizzazione e realizzazione di alcune attività di ricerca sono incentrate sulle esplorazioni creative e scambi culturali tra persone e abitanti. Si vuole porre l’accento sull’importanza dei soggetti che, come sostiene l’antropologo Appadurai, sono autori di linguaggi nuovi, i cosiddetti transidiomi della globalizzazione culturale, alimentati da sogni, miti, storie personali che influenzano i destini della città tanto quanto le scelte politiche e le opportunità economiche (3).

Nell’ambito dei cultural studies Appadurai, problematizza un fenomeno translinguistico tardomoderno, che definisce modernità in polvere, in altre parole la molteplicità di identità e di riferimenti linguistici e culturali (transidiomi) che distinguono un numero sempre maggior di individui nella società globalizzata. Il fenomeno transidiomatico della modernity at large è uno dei prodotti del passaggio dal mondo delle nazioni all’universo della globalizzazione transnazionale ed è provocato sostanzialmente dalla mobilità delle persone e dalla comunicazione elettronica. In questo contesto cambia il regime di appartenenza, non più, o non solo, legato ad una terra, una lingua, un popolo, bensì ad un’area cosmopolita, ad un linguaggio globale, ad una comunità diasporica, corporation o organismo internazionale.

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Sembra importante capire come questa unione di mediazioni elettroniche e migrazioni di massa caratterizzi il mondo presente non perché siano nuove forze, bensì perché mai come ora esse sono in grado di influenzare (e spesso determinare) il lavoro dell’immaginazione sociale su scala globale. Esperienze collettive dei mass-media, film, video, o chat rooms, possono creare potenti solidarietà tra i consumers e permettere di passare dal semplice condividere una determinata emozione all’immaginare la possibilità d’azione collettiva.

Vista in quest’ottica, la modernità sembra aver sempre meno a che fare con la linearità che dall’Illuminismo va fino ai progetti per lo sviluppo del “terzo mondo” elaborati nel dopoguerra, e sempre di più con il groviglio di micro narrazioni cinematografiche, programmi televisivi, musica ed altre forme comunicative utilizzate da pubblici diasporici per la costituzione del proprio essere nel mondo. Questo permette di riscrivere il concetto di modernità diffusa non nei macrolinguaggi delle politiche nazionali o internazionali, ma nei molteplici transidiomi della globalizzazione culturale.

URBz ha fatta propria la critica alla linearità dell’Illuminismo indicata da Appadurai e già applicata dal geografo David Harvey (4) e dalla sociologa Jane Jacobs (5) alla progettazione urbana, cioè a quel modo di “fare città” che produce degrado e povertà, ma vuole andare oltre la critica, sperimentando il ruolo dell’immaginazione nelle pratiche urbane contemporanee.

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Urban MashUp a Mumbai: slum o patrimonio culturale?

Mumbai è il principale campo di speriment-azione di URBz, considerata la capitale economica ed in un certo senso anche culturale della potenza indiana, è altresì universalmente nota per i suoi sovrappopolati slums che occupano una larga parte del territorio urbano e sono sempre di più oggetto di ricerche da parte di urbanisti, sociologi, architetti e designer. I fondatori di URBz avvertono però che è necessaria un’attenzione particolare, poiché si è soliti utilizzare l’etichetta slums per definire un fenomeno molto diversificato e complesso sia formalmente che sostanzialmente.

Per questa ragione uno dei casi studio di Urban MashUp ha riguardato una ristretta area della megalopoli indiana, Girgaum e nello specifico il quartiere di Khotachiwadi, il patrimonio urbano della città più minacciato e contemporaneamente orgogliosamente difeso dai suoi abitanti, la cui storia s’intreccia con quella di Mumbai. Definito dall’autorità municipale slum per via della sua alta densità abitativa, il basso profilo della skyline, difforme dal modello considerato moderno, offre un’impressione molto distante dall’immaginario decadente di estrema povertà e degrado che viene di norma associato a questo termine, poiché la sua struttura, l’architettura e la stessa comunità che lo popola costituiscono un esempio unico nel loro genere.

Il quartiere è costituito da una trentina di abitazioni che rappresentano un campionario variegato delle tipologie architettoniche coloniali: ville in stile portoghese, cottage maharati, case goane. Kotachiwadi ha resistito nella sua originaria forma architettonica e rimane uno dei pochi esempi di architettura coloniale di matrice rurale nell’intera megalopoli, al cui interno vive una comunità culturalmente variegata ma i cui membri sono molto solidali tra loro. Ancora oggi però la municipalità continua a promuovere piani di sviluppo urbano che prevedono la demolizione di questo tipo di quartiere (6).

Scopo del workshop è stato quello di esplorare, sfidare, sovvertire, interrogare, celebrare le idee e le pratiche della città storica di Mumbai incastonate nella sua architettura, arte, cultura e politica, pre e post coloniale, sviluppate in un fitto sistema di strade e bazar a testimoniare l’esistenza di numerosissime comunità che rendono la città quello che è da sempre: un luogo di mercati, sogni e aspirazioni collettive.

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Queste storie, idee ed espressioni della città non sono mai state oggetto di studi e di documentazione, hanno però contribuito alla comprensione della definizione di “Mumbaikar”, in maharati abitante di Mumbai, attraverso i molti linguaggi che in città si parlano, le pratiche culturali che si inventano, le evoluzioni delle forme architettoniche e del costruito messe in atto, e trasformano la questione della sua “identità” molto più ricca e complessa di quella celebrata ufficialmente.

Il workshop nella sua concezione è nato come uno strumento per dare voce alle comunità di Girgaum e portarle alla conoscenza se non del mondo, almeno del world wide web. E’ stato ritenuto necessario esplorare le modalità creative e di immaginazione messe in atto dagli abitanti, insider o outsider (residenti e non), considerate più ricche e profonde di quelle di leader politici e dei cittadini coscienziosi. Si è cercato di convogliare le competenze e le immaginazioni dei partecipanti che organizzati in gruppi tematici e in base a saperi tecniche e disciplinari, si sono sparpagliati lungo le strade di Girgaum e hanno conversato, fotografato, reinterpretato, esaminato, ricreato nuovi framework conoscitivi per rendere giustizia alla stratificata, densa e complessa vita di questo popolatissimo quartiere.

Attraverso il workshop si sono stabilite connessioni in forma di dialogo creativo tra abitanti del quartiere e partecipanti, in particolare è stato reso un ritratto multimediale del quartiere e del suo contesto culturale usando tutte le possibile forme espressive, video, foto, suoni, disegni, sceneggiature, artigianato, pittura. Il materiale prodotto una volta rielaborato è pubblicato su urbz.net, ovviamente open source (7).

Kotachiwadi a Mumbai è divenuto simbolo della necessità di ripensare il concetto di slum, e di conseguenza gli interventi progettuali nella città e del difficile e spesso contrastato rapporto tra conservazione, valorizzazione ed espressione della modernità. Grazie ad azioni come quella di Urban MashUp e alle continue attività promosse dagli abitanti dello stesso quartiere sta emergendo anche nell’immaginario collettivo una percezione diversa di questo luogo e di conseguenza anche del concetto di patrimonio culturale e di valorizzazione delle modalità di interazione sociale e di vivere lo spazio che si vorrebbero salvaguardare.

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Alla fine delle attività rimane ai partecipanti il senso di un loro contributo reale nel dare voce ad una narrazione collettiva e divenendone essi stessi parte, nonché di aver fornito agli abitanti strumenti per costruire nuovi scenari di sviluppo e comunicazione attraverso la tecnologia, il progetto e le relazioni internazionali.

La tecnologia informatica, il mondo web 2.0 ad esempio (8), offre agli abitanti e alle associazioni sempre maggiori possibilità per comunicare al resto del mondo una modo di intendere lo spazio e il tempo di vita diverso da quella che sta uniformando le megalopoli asiatiche. Grazie ad un potenziamento delle capacità di comunicazione del residente, che si inserisce consapevolmente, e talvolta per la prima volta, in un sistema di relazioni internazionali, è anche possibile avviare strategie virtuose di sviluppo sostenibile.

Note:

1 – Convention concerning the protection of World Cultural heritage (Paris 1972), Unesco; Convention for the safeguarding the Intangible Cultural Heritage (Paris 2003), Unesco.

2 – World urban Forum, Rio de Janeiro, 22-26 march 2010, “The right to the city-bridging the urban divide: http://www.unhabitat.org/categories.asp?catid=584.

3 – Appadurai Ajrun The Production of Locality in ‘Modernity at Large – Cultural Dimensions of globalization’, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1996.

4 – Harvey David, ‘Spaces of Capital, Towards a Critical Geography’ Edinburgh University Press, 2001.

5 – Jacobs Jane, The death and life of great american cities, New York, 1961.

6 – Mumbai Metropolitan Region Development Authority (MMRDA), Draft Regional Plan for Bombay Metropolitan Region 1991-2011. Mumbai: MMRDA, 1995.

7 – Srivastava Rahul,’Digitizing the Sociological Imagination’ in Rajan Nalini (ed), Culture and The New Digital Technologies’ Routledge, (forthcoming.)

8 – Echanove Sendoa Matias: Towards an Architecture of Participation: Activating Collective Intelligence in Urban Systems. Prepared for the NATIW OpenWeb 2.0 Seminar, Geneva, April 20, 2007

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Bibiliografia:

Appadurai Ajrun (1996), The Production of Locality in ‘Modernity at Large – Cultural Dimensions of globalization’, University of Minnesota Press, Minneapolis.

Convention concerning the protection of World Cultural Heritage (Paris 1972), Unesco.

Convention for the safeguarding the Intangible Cultural Heritage (Paris 2003), Unesco.

Echanove Sendoa Matias: Towards an Architecture of Participation: Activating Collective Intelligence in Urban Systems. Prepared for the NATIW OpenWeb 2.0 Seminar, Geneva, April 20, 2007.

Harvey David, “Spaces of Capital, Towards a Critical Geography’ Edinburgh University Press, 2001
Mumbai Metropolitan Region Development Authority (MMRDA), Draft Regional Plan for Bombay Metropolitan Region 1991-2011. Mumbai: MMRDA, 1995.

Srivastava Rahul, “Digitizing the Sociological Imagination” in Rajan Nalini (ed), Culture and The New Digital Technologies’ Routledge, (forthcoming.).

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The Mumbai MASHUP!

Last day presentation of the URBZ Mashup workshop

The URBZ MASHUP Mumbai was automated by an enthusiastic bunch of creative urbanists from Mumbai and around the world. They mixed and matched their experiences to re-locate these old neighbourhoods within a contemporary context through their own histories and experiences.

They decoded the by-lanes of Chor Bazaar and re-arranged them in an alternative map that respected the flea-market’s self-made rules. They connected its grammar to markets from Goa and elsewhere.

They  suggested signposts and made new maps that gave legitimacy to the informality of Abdul Rehman Street.

They made toys inspired by roadside knick-knack sellers and hawked them for older images, photographs and memories.

They cast creative projections beneath the JJ Flyover that snakes through the neighbourhood like a gigantic beast and opened up possibilities inspired from New York – possibilities that included performance and alternative uses.

They transformed the walls of Khotachiwadi into canvases for painting dreamscapes inflected by Byzantine, Mexican and popular art.

Khotachiwadi Wall Painting during URBZ Mashup workshop

They walked through the labyrinthine Bhuleshwar  and coined words, phrases and narratives to describe the experience that coalesced into new meanings by different users.

They documented the existential crisis of Crawford market that is trying to reinvent itself and suggested alternative ways of doing so – by mashing up the internal logic of the market with its new aspirations.

They figured out that ‘Bazaarchitecure’ was the main motif of the formal-informal market-dense neighbourhood such as the Municipal C and D wards which incorporates the ‘Mashup Area’ and suggested new policy frameworks for their future.

Press coverage of URBZ MashupThey were invited to walk into a living heritage of ‘Old Bombaye’ – Edward Talkies and managed to capture a World-War II-style cinematic experience that co-exists in a perfect Mashup moment with a contemporary multiplex down the road.

They focused on the patterns made by the shadows of the thousand odd users of the lanes and captured the busy street-life through a refracted photographic gaze.

Some of the output was exhibited at the Girgaum Catholic Club in Khotachiwadi on November 1st – the final day of the Mashup.

We are grateful to Art India Magazine for having sponsored the printing of the output for the exhibition.

The press covered the event with pithy one-liners. ‘Whose City is it anyway?’, ‘Heritage Hunt’, ‘The Great Mumbai Mashup’, ‘How to Make your own Mumbai’ and ‘Mumbai – Tailor Made’.

A full report of the workshop will soon be available on the site. Meanwhile, you can start browsing the mashup’s output here. More images on the URBZOO Flickr page.

 

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Around the World in 8 Lanes

Anket Deshpande and Ankit Bhargava

Around the World in 8 Lanes

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Chaotic Patterns

Text: Cecil Pinto
Photos: Edson Dias

Chaotic Patterns Poster

Chaotic Patterns: The Evolution of a Bazaar

By Cecil Pinto

After being away from Mumbai for more than ten years the three things that strike me as being visibly different, as our bus approaches the centre of the city, are:

- Aluminum cladded buildings

- Flyovers

- Paver blocks used to surface roads

How much each of these have helped to improve life in Mumbai is questionable but what interests me is that the gloss of aluminum cladding camouflages and makes anonymous what are probably very interesting built structures. Conversely we have paver blocks that give an interesting texture, and sometimes even shape, to otherwise flat boring road surfaces.

Smooth versus rough. Textured versus bland. Order versus random. Patterns in chaos. Chaotic patterns in weekly markets.  Chor Bazaar. That’s where we’re headed.

First we look at a busy commercial street that leads down to a temple road and a conventional market area. Our guided tour through Bhuleshwar took us past an organized commercial place like the Swadeshi Market with its hundreds of well ordered stalls to the chaotic Panjrapul area with its Ram Temple. What at first glance appears to be a street market in progress is actually a very organized market area. One row of shops sells steel kitchen items, another row sells religious idols. The chaotic appearance is caused by (a) sheer volume of people passing through, (b) a few street vendors and (d) shops intruding into streets through extensions.

Is this organized chaos typical to all markets? Are weekly markets vastly dissimilar to daily markets? How do weekly markets evolve and what makes them special? Are elements of pattern and chaos common to all markets? What makes Chor Bazaar unique – or similar to other weekly markets?

There are three weekly markets in Goa from which we can draw parallels.

The Friday Market in Mapusa is where local produce from the surrounding villages is sold on the streets and pavements. There is a direct interaction between the producer and the buyer. There is no intermediary. Regular street vendors also exist but it is the availability of local produce that makes the Friday Market in Mapusa unique.

Shop owners actually promote the Friday Market by encouraging vendors to use the pavements and streets in front of their shop. In most cases the aim is to get clients into their shops too, but in some few cases they are motivated by a premium they charge the vendors to use this area – which they consider themselves the owners of.

The market town of Mapusa has evolved over the decades thanks to the Friday Bazaar and hence the town is a creation of the weekly market and not vice versa. Over time an order to has evolved which means vendors of a particular type of produce occupy certain areas. Pork sausages in this section, cereals in this section and vegetables in this section.  A nominal market tax is collected by the Mapusa Municipality from each vendor.

The Saturday Night Market in Arpora is an artificially created market every year since 1999 only during peak tourist season from November to March. A German entrepreneur leased a large area in Arpora, an undistinguished village whose only claim to fame was its proximity to  the high density beach tourist destinations of Calangute, Baga and Anjuna. Market lanes were created containing separate stalls for vendors, all surrounding a central entertainment hub that consists of a small stage with performances going on with a small seating area  and a much larger standing area for the audience. What appear to be impromptu performances and jam sessions is actually well choreographed and sequenced entertainment. German efficiency and planning ensures that everything functions like clockwork.

In one row of stalls are the ‘lamanis’ selling their wares. In another row are the mehendi, tattoo and piercing stalls. A huge Food Court has individually managed stalls providing cuisine from all over the world. Two central bars serve as watering holes. Parking is well planned and organized. Each vendor pays a fee to the organizer every Saturday but has to commit for the entire season – about twenty Saturdays.

Visitors to the market consist of foreigners, Indians and Goans in equal measures and the market commences at 5 pm and mostly extends till 1 am. Despite its very fairground like atmosphere the Saturday Night Market is a well planned, organized and controlled market. Bouncers ensure that acts of unwelcome soliciting or physical aggression are curtailed. It is more an avenue for socialization, drinking, dining and entertainment than the buying and selling of goods. The vendors complain but are actually quite happy to establish contact with clients who then visit them at their regular shops later.

The Wednesday Flea Market though is the closest in form to Chor Bazaar. Every Wednesday, during tourist season, a makeshift market is formed in a coconut plantation close to the seafront. Right now what is sold in this market is touristy souvenirs and artifacts. Consumption of narcotics does occur but is not looked as being particularly unwanted. But a look at how the Anjuna Market evolved may give us insights into Chor Bazaar.

In the early 1970s the flower power hippie generation from the West discovered Goa and came there mostly to get stoned on marijuana and LSD. Once they came crashing down to reality, after a few weeks or months of Nirvana, very often they were totally broke. To collect money for airfare home, or for more drugs, they resorted to selling their used clothes, cameras, players and what-have-you. The Anjuna Flea Market came into being. At a time when foreign goods were seen as desirable, and not easily available, this became a good venue for Goans and Indians to buy such items at relatively cheap prices.

As the world became a smaller place, and access to foreign goods became easier, the dynamic of the Flea market took on a curious turn. Legitimately imported, or sometimes smuggled, foreign goods were sold by local entrepreneurs using impoverished foreigners as dummy vendors. Consumers were mostly domestic tourists who believed they were buying genuine and ‘original’ foreign goods because of the nature and venue of the market – and the appearance of the vendors.

This directly connects with Chor Bazaar. When you buy something here there is an underlying assumption that the object is stolen. This adds to the intrigue behind the entire transaction. Add to that the seemingly chaotic atmosphere and the leeway for bargaining and you have the perfect formula for a weekly market.

A sub-section of Bhendi Bazaar off Mohammad Ali road on Fridays becomes Chor Bazaar.  This is a dominantly Muslim area and the shopkeepers are quite happy to take a weekly off on Friday instead of Sunday  and attend to prayers and other family activities. The areas in front of the closed, and open, shops are taken over on Friday by vendors of pre-owned goods. These goods are sourced from junkyards and rag pickers and all such service providers who deal with pre-owned goods – which does not necessarily have to but could include thieves.

In some rare cases the shop owner closes shop on Fridays but himself is selling some of his wares on the street in front of his shop.  This act itself legitimizes the concept of a weekly street market being able to push merchandise sometimes more efficiently than a conventional shop.

The street vendors themselves appear to be occupying random places but a regular visitor understands that each vendor has a very specific site and in fact deals with a particular type of goods. There is much less randomness than appears to be.

Chor Bazaar probably evolved, like the Anjuna Flea Market, from proximity to a certain area and to fulfill a particular business community need. In this case the proximity to the docks. Foreign goods were possibly initially offered for inspection and wholesale purchase here. As large businesses established themselves, and efficient transportation and communication evolved, the merchants moved to ‘better’ areas leaving the weekly entrepreneurs to fill in the vacuum and allow similar goods to be traded – but of the pre-owned variety.

A proper historical study of how Chor Bazaar evolved to its present form will allow us to see the rationale behind each pattern in the chaos. Perhaps such a study will provide insights not only into how Chor Bazaar will evolve if allowed to grow organically, but also how it will change if its physical nature is disturbed.

Chaotic Patterns Poster by Edson

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